Ecco perché mi candido.

Credo di aver iniziato a fare politica a 14 anni, quando la mia scuola fu occupata contro il primo governo Berlusconi.
E da allora ho sempre sentito il bisogno di essere in compagnia, di essere in tanti, di essere un “noi” e mai “io”. Ho percorso con tante ragazze e ragazzi migliaia di chilometri nelle piazze e nelle vie di mezza Italia chiedendo più fondi per il diritto allo studio e più risorse per la ricerca. E ho imparato che si perde e si vince insieme, perché le vittorie che contano sono quelle di tutti. E una delle prime grandi vittorie che ricordo è che in Piemonte tutti i capaci e meritevoli privi di mezzi per anni hanno avuto la borsa di studio e una residenza.
Quel “noi” negli anni è cambiato, ma ho continuato a fare politica in tanti luoghi cercando di unire le migliori energie di questa città. Le guerre, le mafie e il nucleare sono solo alcuni dei nemici che abbiamo cercato di sconfiggere.
Sono vissuto politicamente nel ventennio dell’egemonia culturale berlusconiana, eppure spesso anche a Torino abbiamo dimostrato quanto la cultura può rinascere tenendo accesa la passione civile, non chiudendo i luoghi di discussione e rendendo gli spazi sempre più pubblici e vivi.
Solo amando Torino ho capito che nessuna città può pensare di farcela da sola: senza politiche industriali, investimenti infrastrutturali e grandi progetti strategici ogni territorio, per quanto visionario e competitivo, rischia di pagare carissimi i propri sforzi per uscire dalla crisi. Lo stesso vale per il welfare e l’istruzione: nessuna comunità locale può farcela senza un Paese che investa sul fondo per le non autosufficienze e per le morosità incolpevoli, sugli ammortizzatori sociali per i giovani e per le piccole imprese, sulle scuole dell’infanzia e sul diritto allo studio.

Per questi motivi credo sia venuto il momento di spendersi per un paese diverso.

Non mi accontento di aver approvato un registro per le unioni civili e la cittadinanza civica per i bambini nati a Torino da genitori immigrati. Voglio che il governo dei progressisti da subito faccia una legge per i matrimoni omossessuali, per il riconoscimento delle coppie di fatto e per istituire lo ius soli in Italia.
E non mi accontenterò di cancellare le sciagure dello scorso ventennio, dalla Bossi-Fini alla Fini-Giovanardi passando per la legge 30.

Servirà di più, e di meglio.

Serve una vera riforma del lavoro, per far sì che la nostra generazione e quella dei nostri giovani fratelli escano dalla crisi con più opportunità, più salario e più diritti di oggi. È ora di sconfiggere la retorica dei perdigiorno e dei lavoretti. Dobbiamo far emergere il nuovo sfruttamento, dalle cooperative alle finte partita Iva.
Serve un Paese che si apra, un’Italia che smetta di odiare le donne e i più giovani. Bisogna cambiare un’intera classe dirigente che ha costruito un sistema di top manager strapagati mentre a lavorare è un esercito di precari sotto ricatto.
Vogliamo un Paese che investa nella ricerca e nei saperi, un Paese che non perda nessuno per mancanza di opportunità e che sappia attrarre i migliori talenti da tutto il mondo, un Paese che scelga la cultura open source e sconfigga il digital divide.
Andremo a colpire i generatori di crisi, gli speculatori, i mafiosi e gli evasori fiscali. Non bramiamo vendetta, vogliamo giustizia. Tassare le transazioni e le rendite finanziarie sono solo alcune delle piccole rivoluzioni che possono partire da qui a tutta Europa.
Ma non basterà se non sapremo cambiare il paradigma delle nostre scelte: una agricoltura più giusta e meno intensiva, trasporti pubblici e sostenibili, energie rinnovabili, difesa dell’acqua pubblica.
Riconvertire ecologicamente la nostra economia e mettere in sicurezza il nostro territorio sono le basi su cui può basarsi l’unico sviluppo davvero sostenibile.

I progressisti hanno di nuovo l’occasione di cambiare l’Italia per provare a cambiare l’intero continente.
Vorrei dire ai miei genitori che hanno abbandonato la politica vent’anni fa, a mia moglie, alle mie sorelle e ai miei amici e compagni di sempre che questa volta si cambia davvero e che i nostri bambini vivranno in un’Europa migliore.

Per questo ho deciso di candidarmi. E vorrei che fossimo in tanti a credere in questo progetto.

È il momento di dirlo: ci siamo, ora tocca a noi.


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