Poletti, quanta fretta ma dove corri

Idee, lavoro, sinistra TAGS / cgil, jobs act, poletti, precarietà, referendum admin 14 dicembre 2016

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Mettiamo per un secondo le cose in fila.

Il boom di contratti indeterminati registrato nel 2015 non ha quasi avuto nulla a che fare col Jobs Act, ma soprattutto con gli sgravi fiscali alle aziende sui nuovi assunti. Nel 2016 quel boom si è di fatto concluso, con un calo del 33% delle assunzioni nei primi 8 mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015. Mentre la ‘Voucher Academy’ inventata da Matteo Renzi è cresciuta del 74% nel 2015 e ancora del 36% nel 2016.

Forse anche per questo il 4 dicembre il 70 e l’80 per cento dei giovani italiani – secondo le stime dei maggiori istituti di analisi e sondaggi – ha votato No al referendum sulla riforma costituzionale. Molti analisti dicono sia stato più un messaggio contro il governo di Matteo Renzi che un giudizio sulla riforma stessa e i suoi interventi. Non so se sia vero, ma non ci vuole chissà quale sociologo per capire che c’è una giovane Italia esausta di soffrire la disoccupazione più alta d’Europa, i contratti precari, i salari più bassi dei paesi industrializzati, la sottoccupazione e nessun reddito minimo d’autonomia. Di svolgere lavori al di sotto delle proprie aspettative, ma soprattutto delle proprie qualifiche, capacità, titoli di studio.

Ci sarebbero altre mille cose da dire: la non eliminazione dei tanti contratti precari e la precarizzazione dell’unico contratto ancora degno di nota (good bye tempo indeterminato). Ne dico un’altra prima di arrivare a quello che è successo oggi: da un anno e mezzo, dal marzo 2015, il Jobs Act sta ridisegnando i rapporti di lavoro in Italia. Tra gli effetti rilevati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, vi è l’innalzamento dei licenziamenti disciplinari (+ 28% nei primi 8 mesi del 2016).

Come noto, i referendum abrogativi del Jobs Act lanciati dalla Cgil, che ha depositato 3,3 milioni di firme in Cassazione, hanno lo scopo innanzitutto di ripristinare l’Art. 18, porre fine allo scandalo dei voucher e riesumare la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore.

La Corte costituzionale esaminerà l’ammissibilità dei quesiti l’11 gennaio 2017.

Sembrerebbe tutto perfettamente nella norma. E invece? Confindustria lancia il suo allarme: il referendum sul Jobs Act crea incertezza, rischia di generare “ansietà” nel “sistema Paese”. Con la consueta retorica allarmista, si dice di temere che a causa del referendum il consumatore non consumi, l’investitore non investa e l’imprenditore non assuma.
Ed è così che, a ruota, il Ministro del Lavoro Poletti paventa i rischi che il voto sul referendum proposto dalla Cgil potrà rappresentare per il Pd e per il governo. “Se si vota prima del referendum il problema non si pone”. È la logica conclusione. Si invocano insomma le urne per evitare lo svolgimento del referendum.

L’ho già detto, non mi sarei aspettato niente di più dal Ministro del governo Renzi senza Renzi. So solo che da questo mare di lavoro povero non puoi scappare, non ci sono argini che il Jobs Act possa tenere. Anche e soprattutto per questo domenica ci troveremo con tante e tanti compagni a Bologna. Noi non ci rassegniamo, noi continuiamo a organizzarci e agitarci.

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