Jeans a 5.99 £? Nessuna magia, solo sfruttamento.

diritti, Idee, lavoro, sinistra, solidarietà TAGS / lidl, povertà, sfruttamento admin 16 marzo 2016

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It’s not magic. It’s just exploitation.

Come può la Lidl vendere leggings a 5.99£? Facile, basta pagare le lavoratrici 23p l’ora.
La Lidl, il grande marchio tedesco del sottocosto, gioca sporco in un mercato dominato dalla cattiva distribuzione del reddito e dalla scarsità della domanda. La Lidl con la sua guerra senza limite al ribasso, ha capito da tempo che ci sarà sempre qualcuno che puó lavorare nel mondo a meno di mezza sterlina l’ora, in questo caso le donne operaie del Bangladesh a un quarto di pound. Gethin Chamberlain sul Guardian, ci spiega in termini semplici ed efficaci cosa c’è dietro ad un jeans venduto a 5,99£.
Buona lettura

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How can Lidl sell jeans for £5.99? Easy, pay people 23p an hour to make them

“Abracadabra! La magia di Lidl! Jeans a £ 5.99”. I titoli sparati sui giornali lo scorso fine settimana esaltavano la genialità della catena di supermercati, che ancora una volta ha abbassato i prezzi spiazzando i concorrenti.

Il grande distributore tedesco, veniva spiegato, stava continuando il suo assalto ai tradizionali giganti del supermercato puntando sulla moda e mettendo in vendita i jeans a un sorprendente £ 12 in meno rispetto a un modello simile di Tesco.

Qual è il trucco di questi indovini della distribuzione? La linea incontestata di Lidl è che il segreto sta nel suo enorme potere di acquisto: insomma, sono stati proprio bravi a fare l’offerta.

Cerchiamo però di essere chiari. Non è un incantesimo. Non è Harry Potter a fabbricare questi jeans, ma una giovane donna in una fabbrica in Bagladesh, e uno dei motivi principali per cui sono così a buon mercato è che i lavoratori come lei sono pagati appena 2 pence per ogni paio di jeans prodotto.
Eppure, £ 5.99 è un bel risultato, quando addirittura Primark – che non scherza in fatto di taglio dei costi – è riuscito ad abbassare il prezzo solo fino a £ 8. Come fanno quindi?

“Le sorprese di Lidl” è lo slogan che il supermercato attualmente utilizza giocando con le parole, ma non è una sorpresa il fatto che la ditta, come molti dei grandi distributori britannici, acquisti la gran parte dei vestiti in Bangladesh, dove il salario minimo per un operaio del settore dell’abbigliamento è di 23 pence all’ora.

Di certo, quando la nuova linea è stata lanciata giovedì mattina negli oltre 600 negozi del Regno Unito di Lidl, come parte della promozione “We Love Denim” – con la parola “amore” indicata con un cuore – le etichette rivelavano che la provenienza era il Bangladesh. In una serie di taglie e colori, i jeans sono gettati alla rinfusa dentro dei contenitori sul retro del negozio, e anche i fan più accaniti di Lidl probabilmente possono riconoscere che nessuno va a comprare in quei negozi per vivere un’esperienza di shopping terapeutico: qui si tratta di risparmiare pochi centesimi sui cartellini dei prezzi.

L’ offerta sensazionale è di £ 5,99 per un paio di “jeggings” – leggings attillati che assomigliano ai jeans. L’etichetta parla di una “moda stile jeans”, un prodotto in tessuto di cotone (77%) con elastico in vita, un solo bottone, una zip YKK, due tasche posteriori e due anteriori, cuciture senza rivetti, niente ricami sulle tasche.

Tutto questo è importante. Ogni ulteriore dettaglio si aggiunge al prezzo del prodotto finito. La ripartizione dei costi in una fabbrica di jeans del Bangladesh, pubblicata da Bloomberg nel 2013, indicava il prezzo di una cerniera a 10p, di un bottone a 4p e dei rivetti a 1p ciascuno. Vanno aggiunti altri 9p per il ricamo, 6p per le tasche e 7p per le etichette. Con questi margini ogni singolo penny conta, quindi non è bizzarro scoprire che i jeggings sono arrivati all’osso.

Ma il Boyfriend Jeans, a £ 7,99, sembra essere il vero affare: quattro tasche, più una strana piccola taschina all’interno della tasca anteriore destra (per un orologio, a quanto pare). Ha sei passanti per la cintura, cinque rivetti, tre bottoni e una zip YKK. Realizzato in cotone al 100%, l’elemento più costoso del processo produttivo: dai £ 2.30 ai £ 2.50.

C’è anche da pagare il filo per le cuciture, che potrebbe costare al più 19p, poi il prodotto finito dovrà essere lavato quindi, se stiamo cercando di calcolare un prezzo, arriveremo probabilmente a £ 3.90.

Successivamente bisognerà mettere insieme i materiali. Fortunatamente per l’acquirente, non è poi così costoso.

Nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh lavorano soprattutto donne e la maggior parte di loro è pagata al salario minimo di 5.300 taka al mese (circa £ 48). Significa 23p all’ora per otto ore, per sei giorni alla settimana. Si tratta di un quinto delle 230 £ al mese stimate dall’Asia Floor Wage Alliance come minimo necessario per un salario di sussistenza nel 2013.
Per ricavare con precisione il costo del lavoro, è necessario sapere quante paia di jeans si producono al giorno. I dati disponibili coprono una vasta gamma: la ricerca in India ha trovato dei lavoratori che in una fabbrica producevano in media 20 paia di jeans al giorno, mentre un altro studio in Tunisia ha individuato una produzione di 33 paia al giorno. Tutto dipende dalla qualità e dalla complessità del disegno. Nel 2010 l’Institute for Global Labour and Human Rights ha esaminato il Bangladesh e ha scoperto che una squadra di 25 operai sfornava 250 paia di jeans all’ora – 10 per lavoratore, 80 per lavoratore al giorno.
Ciò significa che il salario minimo dovrebbe essere calcolato entro un range compreso tra 2p e 9p per ogni paio di jeans prodotti, sostanzialmente in linea con uno studio del 2011 sulla produzione di abbigliamento in Bangladesh, svolto dalla società di consulenza statunitense O’Rourke Group Partners, che prezzava il costo del lavoro per una polo a 8p.
O’Rourke ha collocato i costi totali di fabbrica per la camicia a 41p; Bloomberg ha calcolato che i suoi jeans del Bangladesh costano 56p alla produzione, più 16p di profitto.

Siamo arrivati a circa 4,50 £. Ma abbiamo ancora bisogno di spedire i jeans. Considerando che non ci sono spese di magazzino né tasse portuali, basterà aggiungere altri 30p, arrivando a £ 4.80. Dopodiché, abbiamo ancora bisogno di trasportarli dal porto al negozio, con una spesa di ulteriori 50p. La somma ora è di £ 5.30, ma per finire dobbiamo ancora aggiungere l’IVA.

Il totale complessivo di £ 6.36 gonfierebbe il bilancio per i jeggings, ma basta usare poco meno materiale, ed ecco risparmiato qualche soldo sui bottoni e i rivetti. Ciò renderà più veloce la lavorazione, facendo scendere leggermente il costo del lavoro. Si potrebbe quasi portare il prodotto a £ 5,99, o fare in modo che guidi il mercato in perdita, cosa che accade. I jeans, in ogni caso, mostrano un profitto di £ 1.63.

Tuttavia è proprio qui che si palesa il potere d’acquisto di Lidl, perché sia i jeggings sia i jeans sono importati da intermediari, che vendono al supermercato – rispettivamente la OWIM Gmbh, società tedesca, e la Top Grade International Enterprise Ltd con sede a Hong Kong – ed esportano 30 milioni di pezzi all’anno dal Bangladesh. Entrambi devono subire dei tagli. Nell’esempio esaminato da Bloomberg, l’intermediario ha subito un taglio di £ 2. Qui è chiaramente fuori questione che Lidl stesso ne ricavi un utile. Questa è dunque la realtà di un paio di jeans da £ 5.99: ognuno degli attori viene spremuto, su tutta la linea.

I tempi sono duri. I clienti richiedono abiti più economici possibile. Il successo di Lidl si basa su questo, è così che ha raggiunto £ 4 miliardi di vendite nel 2014: soddisfa un bisogno e lo fa salassando al massimo i suoi fornitori. Lidl sostiene di essere consapevole delle sue responsabilità e di essere impegnata a migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori tessili. Afferma di controllare le sue fabbriche, come tutti dicono di fare. E non pubblica i risultati. Quasi nessuno lo fa.

Perché quando il modello di business si basa sull’offerta di prezzi più bassi possibile, qualcuno deve sovvenzionare il risparmio, e quel qualcuno è il lavoratore che cuce i jeans. Lidl non compra i suoi jeans dal Bangladesh perché le fabbriche di Dacca sono le più belle del mondo: lo fa perché pagano gli operai una miseria. E, alla fine, è così che risulta possibile vendere un paio di jeans a 5,99£. Non è magia. È solo sfruttamento.”

http://www.theguardian.com/business/2016/mar/13/lidl-jeans-bangladesh-worker-pay-23p-an-hour

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