Tutto quello che vi avrei detto stasera.

brevi, creatività, cultura, diritti, Idee, istruzione, lavoro, sinistra admin 16 febbraio 2018
GRIM PROFILO 2018

La bellezza ci salverà.

Il primo punto che mettiamo in risalto è l’attenzione al patrimonio, ai beni, ai territori, al paesaggio. L’Italia è purtroppo un Paese a forte rischio sismico e l’immenso patrimonio artistico e culturale va innanzi tutto salvaguardato; solo con la tutela del patrimonio si potrà passare effettivamente a una piena, libera e sicura fruizione.
Va quindi attuato un forte programma di manutenzione del territorio rafforzando la tutela del patrimonio culturale ricongiungendola alla valorizzazione e alla ricerca; questo, quando possibile, creando cooperazione e relazioni territoriali, oggi di fatto raramente attive, tra Università e strutture ministeriali. Come in altri settori va superato il massimo ribasso nelle gare d’appalto, dove il risparmio abbassa la qualità dell’intervento e diminuisce il potenziale di tutela del bene.
L’istituzione dei poli museali regionali ha separato la tutela dalla valorizzazione locale, diffusa e capillare, incrementando una perdita del rapporto con il territorio, pieno di piccoli, ma spesso importantissimi musei e aree archeologiche, che deve essere ripristinata.
La crisi dell’attività di tutela ha ricadute anche sul piano occupazionale, perché si calcola che circa 12 mila lavoratori (archeologi, storici dell’arte, restauratori) di elevata competenza e professionalità stiano patendo la riduzione delle procedure di tutela verificatasi negli ultimi anni.
Le soprintendenze poi, nel corso dell’ultima legislatura, sono state esautorate delle proprie mansioni, creando poli museali che si occupano dei grandi musei, ma lasciando di fatto la tutela di tutto il territorio sulle spalle dei pochissimi funzionari che sono stati re-distribuiti su quello che resta delle soprintendenze. La situazione è drammatica: la gestione del patrimonio di tutti i Comuni della Regione Piemonte è affidata a un numero di funzionari che si conta sulle dita della mano. È necessario procedere a un ciclo di nuove assunzioni, stimolando il mercato del lavoro culturale e rinsaldando il rapporto tra il Ministero e il territorio, in termini di controllo e di valorizzazione del patrimonio culturale.

Con la cultura si mangia, si vive, si lavora.

È urgente avviare un processo per la rivalutazione e il riconoscimento delle professioni culturali e realizzare interventi per garantire la qualità e la stabilità del lavoro. Nel comparto dei Beni culturali, infatti, sussistono troppe sacche di precariato, quando non di vero e proprio sfruttamento.
Serve una definizione coerente del volontariato nell’ambito dei Beni culturali che, pur nel riconoscimento della sua vitale importanza, deve essere impiegato nel rispetto delle professionalità, in modo da non sostituire in nessun caso l’attività dei professionisti della cultura.
Bisogna promuovere la cultura come lavoro. Un lavoro che non sia riservato ai pochi che possono permettersi una stabilizzazione economica a 50 anni. Da ultima, la Scuola del patrimonio appena istituita si presenta come un’altra forma di drenaggio di fondi statali in favore dell’economia della promessa. Per essere considerati sufficientemente formati, non bastano quindi laurea, dottorato, scuola di specializzazione (per un totale di almeno 10 anni di studi). C’è davvero bisogno di svolgere ancora 2 anni di formazione non retribuita?

Servono maggiori investimenti, nuovi spazi per la cultura e nuove idee.

Costruite le fondamenta sulla tutela del patrimonio e del lavoro in ambito culturale, non ci resta che immaginare il nostro futuro. Siamo un Paese che spende 1,4 del Pil per le spese militari e la metà per cultura (0,7 del Pil); pensiamo sia ora di invertire il rapporto.
Siamo un Paese che non investe sui giovani e, anziché investire risorse strutturali per centri giovanili o sale concerti, propone ai suoi ragazzi bonus una tantum da 500€.
Serve stimolare il mondo culturale e associativo a generare nuove idee, non considerarlo solo soggetto passivo, ma motore di un cambiamento radicale che solo con il coinvolgimento di tutti potrà dare un nuovo impulso alle attività culturali e alla loro fruizione.
Vorremmo che parte dell’entrate delle accise sull’alcool andassero a sostenere lo spettacolo dal vivo. Vogliamo abbattere l’Irap per tutte le imprese culturali. Vorremmo vedere rinvestita la tassa di soggiorno turistica sul nostro patrimonio culturale.

Turismo sostenibile.

Il turismo è molto più di una semplice attività economica che vale, con l’indotto, il 10% del Pil italiano. Il turismo di qualità è la più sostenibile delle nostre industrie nazionali perché si fonda sul rispetto del territorio e dei suoi equilibri ambientali, culturali e sociali. È un potente stimolo per la riqualificazione. È valorizzazione della nostra straordinaria biodiversità culturale, artistica, paesaggistica, architettonica, enogastronomica, agricola, artigianale. È offerta del nostro patrimonio diffuso dove in ogni angolo ognuno può e deve essere fiero della bellezza autentica da cui è circondato, diventandone il primo difensore. È terreno fertile per sperimentazione, innovazione tecnologica e imprenditorialità giovanile. È narrazione che produce benessere e restituisce conoscenza e consapevolezza del proprio valore. È la visione di un Paese che prende in mano il suo destino investendo su ciò che di più prezioso possiede e che una parte del mondo vorrebbe condividere: la propria identità.
Si tratta di un settore in forte e costante crescita che va governato con cura perché impattante sulla qualità della vita quotidiana degli abitanti e sulla fragilità del nostro territorio nelle località di maggiore afflusso, così come vanno monitorati gli effetti della sharing economy per evitare che i benefici vengano annullati da abusi e concorrenza sleale. La tassa di soggiorno serve a sostenere le comunità locali, ma servono vincoli certi per reinvestire in turismo e cultura.

Scuola e Università.

Ha fatto scalpore la nostra proposta di abolire le rette universitarie. Tuttavia il diritto all’accesso all’università è una rivendicazione storica dei movimenti studenteschi. Ciò che vogliamo è la graduale abolizione della contribuzione studentesca (che costerebbe 1,6 miliardi contro i 20 degli sgravi fiscali alle imprese collegati al Jobs Act), con una contemporanea rimodulazione in base al reddito della tassa regionale per il diritto allo studio. Bisogna interrompere e invertire il continuo sotto-finanziamento del sistema universitario e della ricerca pubblica, avvenuto nel corso dell’ultimo decennio, che ha fatto crollare le immatricolazioni ed esplodere il precariato. l’Italia spende il 4,1% del Pil in istruzione a fronte di una media europea del 4,9%, la percentuale di laureati fra i 30 e i 34 anni è del 26% a fronte di una media europea del 40%. E le tasse universitarie in Italia, che corrispondono a 1400 Euro medie all’anno, sono tra le più alte in Europa dopo Inghilterra e Olanda.

E la scuola? Innanzitutto, l’effetto combinato di Jobs Act e Buona scuola ha determinato la possibilità di assolvere l’obbligo scolastico in apprendistato, il che significa di fatto abbassare l’obbligo. Perciò vogliamo abrogare entrambe queste leggi. Per una scuola che si fa comunità educante bisogna invece darsi l’obiettivo di contrastare la dispersione scolastica e creare condizioni di uguaglianza sostanziale, rendendo l’istruzione realmente gratuita, riqualificando e ampliando il “tempo scuola”, moltiplicando l’offerta pubblica di nidi, rendendo universale la scuola dell’infanzia. E poi bisogna stabilizzare i precari attraverso un piano pluriennale e attuare un programma per l’edilizia scolastica in linea con il progetto di conversione ecologica. Infine l’alternanza scuola-lavoro, che si è rivelata una fonte di lavoro gratuito inutile ai fini della formazione, è da rivedere completamente con il riconoscimento della volontarietà dell’adesione.

Torino e il Piemonte

Dalla relazione annuale dell’osservatorio culturale per il Piemonte 2017 apprendiamo dati con cui dobbiamo fare i conti: “Nel 2015 il complesso delle risorse pubbliche e private destinate al comparto culturale in Piemonte ammonta a poco meno di 245 milioni di euro, con una diminuzione del 2% rispetto al 2014, dal confronto con i tre anni precedenti non sono registrati forti cambiamenti nel flusso dei finanziamenti. Rispetto alla ripartizione tra i diversi soggetti pubblici e privati che contribuiscono al sostegno economico del comparto culturale, quasi la metà delle risorse è rappresentata dalla spesa delle amministrazioni comunali (45%), un quarto dei contributi sono erogati dalle Fondazioni bancarie (26%), il 17% è costituito dal sostegno della Regione Piemonte e poco più dell’11% da quello dello Stato”.
“Da un confronto tra i 14 Comuni capoluogo delle Città metropolitane, nel 2015 Torino è la settima città in Italia per spesa pro capite, che risulta di 54,2 euro ad abitante. Il Comune che spende di più è Firenze con 143,8 euro ad abitante, in ogni caso siamo ancora ben lontani da città come Lione, Grenoble o Glasgow che hanno destinato più di 200 euro per ciascun cittadino”

Torino e il Piemonte da sempre sono territori attenti e sensibili alle tematiche culturali, eppure gli effetti dei mancati investimenti nazionali si vedono anche qui attorno a noi: basti pensare ai troppi locali chiusi recentemente, che ospitavano centri giovanili e musica dal vivo. Non può funzionare una politica che investe 500 € una tantum per i giovani, da spendere in attività culturali, quando poi gli stessi non hanno la possibilità di ritrovarsi in luoghi sicuri o di assistere a concerti, se non a quelli costosi dei grandi circuiti.
Altri effetti di politiche sbagliate sono visibili ogni giorno negli appalti, nella gestione dei servizi, nell’incertezza del lavoro e dei professionisti in campo culturale; anche spazi importanti e con grandi numeri di visitatori, come ad esempio la Reggia di Venaria, non mettono la tutela del lavoro al primo posto della loro agenda.
Emblematico poi, sul nostro territorio, il caso dell’emergenza licenziamenti della Fondazione Torino Musei, che evidenzia l’assenza di un programma per la cultura torinese. Purtroppo il caso in questione è destinato a non restare isolato, se non si sviluppa una visione d’indirizzo che metta a sistema le diverse realtà sul territorio, senza delegare il comparto cultura alle sole fondazioni bancarie o ai grandi eventi – caratterizzati da grandi numeri ma da scarsa connessione al territorio e scarsa innovazione – ma affiancando a questi iniziative di qualità, le quali permetterebbero il progredire della ricerca, facendo emergere le competenze professionali e affezionando il pubblico al proprio patrimonio, creando un potente antidoto alla dispersione culturale.

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